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Il Coach Ortopedico

Coach ortopedico

Vi chiederete il perchè ci sia la definizine di coach ortopedico… oggi la figura del coach cioè della persona che conduce un soggetto all’obiettivo prefissato (to coach = condurre) è presente in molti aspetti che vanno dalla sport al welness, al business, alla psicologia.

La conoscenza pluri decennale dell’utilizzo di diverse tecniche per una stessa patologia mi consente di scegliere la terapia più idonea al paziente che ho davanti e agli obiettivi che lo stesso si prefige.

E’ chiaro che l’obiettivo può essere l’eliminazione del solo dolore, la ripresa dello sport agonistico o amatoriale, la ripresa delle attività quotidiane del’attività di ogni giorno, non ultima anche la propria attività lavorativa.

Questo significa la possibilità di scegliere l’intervento più adeguato al tempo più giusto e con una rieducazione motoria mirata al fine di conseguire il risultato ottimale per le specifiche esigenze del paziente.
Traumi da sport

Una delle figure più autorevoli con le quali si interfaccia un essere umano è Il Medico.

Esso dall’alto della sua autorevole sapienza genera un senso di timore/speranza nel paziente finendo inconsapevolmente nel mettere in atto i meccanismi del potere.

La sua diagnosi, i suoi pronunciamenti possono emettere sentenze sulle nostre patologie , condizionando le nostre esistenze, imponendo comportamenti e rinunce e talora sostanziali mutamenti di vita, di abitudini e comportamenti.

Il medico è depositario di un sapere che penetra nel nostro corpo, smascherando i segreti dei nostri organi e dei nostri impulsi. E’ un sapere-potere che ha quasi una autorità militare su di noi, che condiziona i nostri movimenti, che può decidere di imperio,o per lo meno inocularci un imperativo categorico.

Quel potere , in qualche modo arcano, è reso più intenso dal possesso di un linguaggio specifico a noi non sempre ben comprensibile.

Tutto ciò affratella per un breve momento tutti i pazienti che aspettano passivi il loro turno in ambulatorio come tanti studenti in attesa della chiamata all’esame, in un provvisoria comunità in cui ciascuno alimenta la trepida passività dell’altro.

Forse mai come come quando ci si presenta in un ambulatorio, in una clinica in un ospedale, si vorrebbe essere qualcuno, ben individuabile e sottratto dalla folla indistinta.

Non ci interessa tanto conoscere il medico, quanto che egli ci conosca e ci riconosca ; si vorrebbe esser per lui qualcosa di unico e inconfondibile , emergente dall’anonimato.

Il diverso modo di relazionarsi con il paziente sta andando verso una radicale trasformazione, che significa un vero passo avanti : Competenza e Scienza devono essere capaci di trasmettere un senso di serenità al paziente dicendo la verità, inesorabilmente precisa ma incredibilmente capace di comunicare queste nozioni neutralizzando il loro potenziale di ansia affinchè si esca dalla studio medico e dal relativo colloquio, non ossessionati dalla malattia, bensì pervasi da un profondo senso della vita, che comprende sia il meglio che il peggio.

La capacità creativa di comunicare fra medico e paziente deve guidare verso un iter diagnostico-terapeutico affinchè esso sia il più giusto per quel singolo paziente.

I nostri studi con i relativi corsi di aggiornamento ci formano come dei tecnici in grado di riparare una lesione degenerativa o traumatica  a carico dell’apparato muscolo-scheletrico e locomotore ma davanti a noi abbiamo un paziente con la sua individualità, i suoi anni, le sue patologia associate , la tipologia della lesione, il suo peso, il suo livello di attività e non ultimo le sue richieste funzionali.

Pertanto entrambi ci dobbiamo parlare per scambiarci le informazioni in modo più comprensibile possibile affinchè il medico possa scegliere la cura e la tipologia di intervento più idonea per quel singolo paziente con la sua individualità come persona e come patologia da risolvere.

Nel corso della mia ventennale esperienza ho capito che il paziente è un individuo unico con la sua lesione anche simile ma non uguale ad un’altra di un altro paziente.

Quindi io devo modulare la mia capacità di cura in base al paziente che ho davanti e stabilire con lui cosa è meglio fare anche in base ai risultati che si potranno ottenere con le varie tecniche chirurgiche e le aspettative del paziente e le sue richieste funzionali.

Trattare una artrosi di ginocchio a 45 anni non è uguale a quella di un 70 enne, di un soggetto magro o di uno in sovrappeso, di uno sportivo o di un sedentario.

Quindi per coach ortopedico intendo il medico ortopedico che guida il paziente nell’iter diagnostico terapeutico affinchè si possa raggiungere il massimo per quella patologia e per quel paziente.

E per fare questo ho studiato l’apparato locomotore a 360° , infatti sono Laureato in Medicina e chirurgia, specialista in Ortopedia e traumatologia, specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione e laureato anche in Scienze Motorie ed Attività Sportive. E da diverso tempo, inoltre , che partecipo a corsi e seguo l’evoluzione della cosidetta Medicina Biorigenerativa e della Chirurgia Mini-Invasiva al fine al fine di migliorare la mia capacità di guarire la vostra patologia ed anche di migliorare le vostre performance.

 

 

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